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LE PAROLE DI DON DAVIDE PER IL PRESIDENTE ANDREA VICINO

Andrea ha sempre lavorato nell’industria dell’abbigliamento, esperienza che ha portato anche quando si è buttato nel mondo sportivo, e ora si presenta alla porta del Paradiso rivestito della sua veste battesimale: quella veste che viene consegnata il giorno del Battesimo ed è il segno che siamo stati resi partecipi della vittoria di Gesù sulla morte e che nessuno può strapparci dalle sue mani.

Perché, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, noi ci rivestiamo continuamente di Cristo, affinché nell’ultimo passaggio non siamo spogliati, ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita. Vogliamo vivere questo saluto, quindi, proprio come una celebrazione in cui ciò che è mortale viene assorbito dalla vita; dove cioè, i sentimenti tristi e le scorie mortifere, siano trasformate in scintille della resurrezione.

La sua veste, a dire il vero, non è proprio bianca, e non perché non sia candida… come se avesse qualche macchia di cui vergognarsi. La sua veste, in questo caso, è piuttosto… bianco blu… ma sono convinto che San Pietro non baderà a queste sottigliezze. Anche perché questa veste bianco blu porta cucita la F, che si può facilmente intendere come Fede, quella che apre le porte della salvezza, quella per cui veniamo accolti gratis nel regno di Dio Padre… e comunque anche la Fortitudo – la Fortezza – è una virtù gradita a Dio. È la virtù dei grandi testimoni, ad esempio.

E Andrea ne ha avuta tanta di fortezza… in questi giorni, quando ha combattuto con il virus, e anche prima. Ha lottato tenacemente, per dimostrare soprattutto a te, Angela lo aspettavi a casa, e a voi Alessandro, Samuele e Sabina e a tutti noi che non si congedavi così alla leggera, preso di sorpresa, senza salutarci. 

Sappiamo che hai fatto di tutto, Andrea, e abbiamo capito dalla tua resistenza, sorprendente anche per i medici, quanto ci tenevi a salutarci e ti ringraziamo, anche se non abbiamo potuto scambiarci parole e sorrisi. 

Ora, caro Andrea, ti chiediamo di dare questa fortezza anche a noi, in modo che possiamo affrontare questo momento non solo superandolo, non solo consolandoci, ma in maniera costruttiva: rinsaldando i legami, credendo ancora di più nel bene e accrescendo la collaborazione.

 

Lo so che non bisognerebbe calcare la mano e mischiare troppo il sacro con il profano. Ma ci conforta sapere che Gesù risorto oggi viene a prendere Andrea sulle ali dell’aquila, per portarlo in alto, nel cielo con lui. 

In realtà, non è affatto un’associazione forzata. Sempre, Dio ha agito così per il suo popolo. Dice il libro dell’Esodo che lo ha condotto attraverso il deserto, facendolo passare attraverso mille pericoli, conducendolo sulle ali delle aquile.

Il profeta Isaia, in testo magnifico, scrive che anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono, ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come di aquile, corrono senza affannarsi e camminano senza stancarsi. 

E il salmo che abbiamo cantato, dice che anche se c’è la malattia che divampa e colpisce, il Signore ci fa attraversare questa pestilenza su ali di aquila.

Nella fede, noi sappiamo che Andrea queta brutta malattia l’ha attraversata definitivamente e l’ha vinta. Perché i nostri occhi sono abituati a vedere fin qui, fino dove giunge la linea del crepuscolo, ma la nostra capacità di vedere là dove il sole sorge e tramonta è limitata, e sappiamo che l’orizzonte, in realtà, è più vasto, e che la verità ci viene da quell’oltre che rende giustizia alla nostra esistenza. 

L’aquila, fiera e con le ali spiegate, ci ricorda quell’oltre.

 

Andrea divideva l’amore per la sua famiglia e la sua dedizione per ciascuno di loro, con la passione per la nostra società sportiva che ha servito, prima nel basket, insieme a Giancarlo come Presidente, poi in questi ultimi anni con ancora più responsabilità e non senza fatica, come suo successore. Con Giancarlo sono stati un’inossidabile coppia e si sono passati il testimone.

Poi, alla fine, nella grande corsa della vita, Andrea è scattato in avanti, per vincere il premio – come dice San Paolo – prima di tutti noi. 

 

Dicci Andrea: non ti bastavano tutti i premi che la tua società ha conquistato negli anni, i riconoscimenti del CONI, i trionfi, le vittorie delle tue ragazze e dei tuoi ragazzi?

Ma no, dai, lo sappiamo…

In realtà tu non avevi bisogno di nessun premio, perché… ce l’ho hai sempre detto: il premio più bello nella vita, quello che ti appagava completamente, era tuo nipote Samuele.

Tutti sapevamo che quando c’era lui, non c’era Fortitudo che tenesse, e guai a noi se ci azzardavamo a proporre una riunione o un qualche altro evento nei giorni che volevi stare con tuo nipote!

Da amico prete, dico che è stato molto edificante vedere questa sana gerarchia di valori che metteva al primo posto la tua famiglia e che, così facendo, non ha mai tolto nulla a nessuno, ma anzi, ha dato a tutti, e a permesso a ciascuno di noi di ricevere tanto.

 

Per questo abbiamo pensato al profeta Simeone. Un personaggio meraviglioso dell’infanzia di Gesù, adatto a ricordarci che celebriamo il saluto di Andrea in questo tempo di Avvento, in cui tutti siamo chiamati a capire come si deve accogliere il Signore che viene e cosa significa essere vigilanti.

Beh, Andrea “vigilante” lo è sempre stato a suo modo. È sempre stato dedito, con passione, a tutti i suoi compiti.

Di chi potremmo dire che è stato più “vigilante” di lui, che era sempre presente in Furla? 

Andrea, eri sempre presente nel nostro “tempio”, come Simeone, perché sapevi che in ogni momento poteva capitare l’occasione giusta per… niente di meno che per accogliere Gesù. Per te era l’occasione di salutare un genitore, o di chiamare per nome uno dei ragazzi che passavano, o – come mi è capitato personalmente di vederti fare – di fermare una ginnasta e dire: “Questa qui, è una delle migliori ragazze che abbiamo!”.

Il Vangelo ci racconta che Simeone “prese il bambino fra le braccia e benedisse Dio”. Ci hai sempre trasmesso la convinzione che per te poter accogliere le nostre bimbe e i nostri bimbi, le ragazze e i ragazzi e anche le atlete e gli atleti più grandi fosse una benedizione e che ti sentissi appagato in questo.

Sappiamo che avevi un occhio speciale per coinvolgere sempre qualcuno, quelli che non potevano magari più giocare, o che avevano altri problemi… hai sempre cercato e spesso trovato un modo per farli rimanere nel giro… come sappiamo, del resto, quanto avete desiderato Giancarlo e tu insieme, grazie all’impegno di Marco, avere gli Over Limits tra le nostre fila.

 

Avevo pensato di non nominare nessun’altro, ma sono certo che nessuno si dispiacerà e che anche tu sarai contento se, a nome tuo, facciamo un piccolo ringraziamento a Ciro, che ti ha accompagnato in ospedale e in questi giorni ha dato prova di fedeltà nel tenerci aggiornati sulle tue condizioni. 

Dopo averlo avuto come aiutante, allenatore, consigliere e amico, lo avresti voluto nominare, se fossero stati altri tempi, cavaliere: se tu fossi stato Re Artù, lui sarebbe il tuo Parsifal.

 

Siamo certi che Andrea non avrebbe voluto che si parlasse tanto di lui, ma ci siamo permessi questa libertà; anche se ora mi sembra di sentire la sua voce che sbotta, come accadeva sempre quando secondo lui si era parlato troppo di un argomento: “Oh, bona lé!”.

Vorremmo, perciò, infine, rubarti le parole.

Perché questi giorni sono stati molto duri. È stato brutto saperti ammalato e intuire piano piano che le cose si mettevano male.

Allora permettici di dirti: “Bona lé, Andrea, di soffrire!” con la fiducia di affidarti alle braccia serene di tanti amici che, siamo sicuri, ti aspettano. Vorrei ricordarne tanti, ma pensiamo in modo particolare a Tina Morri, al decano dei soci Carletto Trovato e al piccolo Federico Dordei, gli ultimi che abbiamo salutato. Andando più indietro ricordiamo, tra gli altri, Don Giovanni Sandri, Piero Parisini e Renato Palumbi e i tanti Presidenti che ti hanno preceduto. Siamo certi che siano tutti in grande spolvero per dovere accogliere anticipatamente un ospite così illustre. 

 

Ti salutiamo con le parole di Simeone e te le affidiamo come preghiera: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace”, perché noi crediamo nella resurrezione.

 

Don Davide